Modica, la mostra “DeadMouth” alla galleria La Veronica
La galleria LAVERONICA di Modica ospita, fino al 21 marzo, la mostra“DeadMouth”, un progetto che mette insieme le diverse modalità con cui l’artista, Adelita Husni-Bey, cerca di definire e indagare quella “coltre nera” intimamente legata al potere.
Nata a Milano nel 1985, la sua vita si divide dapprima fra l’Italia e la Libia. Oggi vive e lavora a Londra dopo aver frequentato gli studi al Chelsea College of Art and Design e un Master of Arts in Photography & Urban Cultures al Goldsmiths College.
Artista eclettica, spazia con disinvoltura dal disegno alla pittura, dalla fotografia al video, sino alla scultura e all’installazione; nei suoi lavori traspare una certa propensione verso la pittura, una caratteristica che contrassegna la visione di tutte le sue opere.
Storia e biografia personale si intrecciano fino a diventare uno dei temi chiave del suo lavoro.
La mostra, curata da Bruna Roccasalva, propone quattro disegni a tecnica mista, due lavori fotografici e una videoinstallazione a tre canali.
I due lavori fotografici presentati in mostra sono tratti da alcuni scatti eseguiti in territorio indonesiano. Il primo lavoro, “Mouth”, ritrae il vulcano Batur a Bali, una bocca spenta che fa pensare a qualcosa di sopito, di non detto, mentre il secondo lavoro, “Flood”, un dittico, è frutto di una serie di istantanee scattate durante una notte piovosa a Bandung, in un “Kampung”, tipico villaggio rurale dell’Indonesia, dove bastano pochi minuti di forte pioggia a far tracimare i corsi d’acqua e inondare i villaggi vicini. Nello specifico, si tratta di due fotografie di un fiume in piena con cui l’artista vuole esternare la tensione legata a questi episodi naturali, focalizzando l’attenzione sul punto di rottura, cercando di “congelarlo” in uno scatto, trasmutando le immagini nell’idea di un potere sull’orlo della catastrofe.
La serie di disegni “Lessons from the twilight Kingdom” è frutto della ricerca certosina di fotografie e immagini estrapolate da vecchi giornali e riviste d’epoca, allo scopo di trovare dei visi anonimi che ben si adattassero al concetto che l’artista voleva esprimere attraverso i suoi lavori.
Gruppi di persone attonite vengono ritratte nell’atto di osservare un cumulo nero con atteggiamento di concentrazione, quasi d’incanto, una sorta di “nube nera” simboleggiante la presenza di un’entità misteriosa e impenetrabile, vista dall’artista come icona del potere sconosciuto, sia esso politico o religioso, che attrae, guida e governa le masse e determina il nostro modo di agire.
All’interno del testo “The Cloud of Unknowing” (La nube della non-conoscenza), una guida spirituale scritta nel XIV secolo da un autore anonimo inglese, probabilmente un monaco o un eremita, appare spesso il termine nube per indicare qualcosa di sconosciuto e oscuro agli individui. Questa espressione si trova, inoltre, in alcuni passi biblici quali “Mosè viene chiamato dal monte di Sinai ed entra nelle nuvole sovrastanti per parlare con Dio… viene risucchiato dalla nuvola, dove rimane 40 notti e giorni… ai piedi della montagna il popolo di Israele aspetta e guarda la nuvola del non-sapere” (Esodo 24, 25) o ancora in cui Dio è visto “avvolto da nubi e tenebre” (Salmo 96, 2) o “risiede nella nube” (Cronache II, 6, 1).
Husni-Bey tiene a precisare però che “i lavori non hanno nulla a che fare con la religione stessa”, ma più che altro “mi interessava questa idea del potere, sia esso religioso, politico o sociale, rappresentato come qualcosa che si pensa di comprendere ma del quale non si sa nulla”. “Queste osservazioni mi hanno fatto riflettere…” su “un potere enorme, sconosciuto, che non ci è dato sapere ma che comunque perseveriamo nel seguire”.
Il video “Paper Tiger and the Devil’s Mountain” è stato girato dall’artista sul Teufelsberg (monte del diavolo), un colle artificiale alto più di 100 metri che si trova a sud-ovest di Berlino, innalzato fra gli anni Cinquanta e Settanta impiegando 26 milioni di metri cubi di macerie della Seconda guerra mondiale, allo scopo di sotterrare la sede di una scuola militare nazista. In seguito, durante il periodo della Guerra fredda, in cima venne costruita una stazione di intercettazione statunitense della NSA (National Security Agency), oramai dismessa; “ appare oggi una costruzione fantascientifica che domina il paesaggio come una presenza suggestiva e misteriosa”.
Il video è un cortometraggio che vuole fare rivivere l’atmosfera surreale di questo luogo attraverso l’alternanza di immagini riprese in loco e parole, quelle stesse espressioni rilasciate dagli ex “addetti ai lavori”, intervistati da Adelita Husni-Bey, in cui veniva chiesto loro di raccontare le proprie esperienze personali, la loro quotidianità all’interno del centro. Le risposte ricevute sono state ricche di esitazioni, giri di parole, frasi a metà, dando prova di “quel senso di tensione tra ciò che può e ciò che non può essere detto, tra quanto è dato sapere e quello che non è possibile conoscere, delineando i contorni di quella “zona d’ombra” che è motivo ricorrente in tutti i lavori in mostra”.
Quindi, anche con il video, l’artista si ricollega agli altri lavori e ribadisce la presenza di quella “nube nera”, misteriosa e impenetrabile, legata in questo caso al comportamento “omertoso” dei reduci che probabilmente, a causa del segreto di stato, non hanno voluto o potuto comunicare all’esterno taluni dettagli del proprio operato.
Giovanni Scucces
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