“Die Vergänglichkeit and the battered shed” alla galleria LAVERONICA di Modica
di Giovanni Scucces
Un’azione di stampo dadaista e anticonvenzionale. Così potrebbe essere definito l’evento svoltosi dal 2 al 12 giugno scorso alla galleria LAVERONICA di Modica, un progetto di residenza in cui Nicholas Jeffrey, con la partecipazione di Adelita Husni-Bey, ha dato vita, nella decade in questione, a una serie di eventi conclusisi con una performance sonora e il vernissage. “Die Vergänglichkeit and the battered shed” identifica qualcosa di fugace e transitorio, con un luogo, in questo caso lo spazio della galleria che, per l’occasione, è stato trasformato in dimora/ rifugio, studio di lavoro, cinema e luogo di scambio di oggetti e idee. Un ambiente profondamente mutato, fatto di nascondigli, sovraccarico di particolari, spogliato dall’abitudinaria veste di galleria e trasformato in luogo vissuto, di produzione e di interscambio, in cui gli artisti hanno realizzato una serie di lavori che rimarranno allestiti fino al 10 luglio. Una sequela di eventi e iniziative hanno preceduto l’opening vero e proprio. Secondo un ideale basato sulla psicogeografia pratica, i due artisti hanno girovagato per la città senza né mete, né mappe, alla ricerca di materiali da poter riutilizzare in galleria. Alla base di ciò vi era l’intenzione di analizzare gli effetti che l’ambiente esercitava su di loro, un’esamina delle possibili relazioni psicologiche tra individuo e ambiente contestuale. E ancora, la proiezione del film “La Montagna Sacra” di A. Jodorowsky che ha funto da apripista ad alcuni giochi improntati sul surrealismo di André Breton.
Importante momento di gioco e di confronto è stato l’incontro con alcuni artisti del territorio. Di gioco, perché in gruppo hanno costruito degli spaventapasseri, qualcosa di effimero, un aggettivo che si addice tanto a buona parte dell’arte odierna, da intendere perlopiù come un pretesto per allentare i formalismi e creare un ambiente più confidenziale e adatto all’apertura di un confronto.
Infatti, a questo punto, è avvenuto uno scambio reciproco di opinioni sulle difficoltà che un artista può trovarsi ad affrontare in due contesti profondamene diversi come quello siciliano, da una parte, e londinese dall’altra, dagli aiuti pubblici e privati in favore degli artisti, al ruolo sociale che essi ricoprono nelle rispettive realtà. Infatti, è bene ricordare che Nicholas Jeffrey e Adelita Husni-Bey hanno svolto i loro studi a Londra, dove tuttora vivono. Ulteriore momento di condivisione e apertura al pubblico è stato rappresentato dalla “cena sociale” in cui circa 10/15 persone, tra cui alcuni estranei, si sono ritrovate sedute attorno a un tavolo per discutere e condividere temi e argomenti d’arte, un confronto ampliatosi a 360°, un’occasione per condividere cibo, passioni e opinini. Infine, nella serata conclusiva coincidente con il vernissage, Nicholas Jeffrey, insieme ad Adelita Husni-Bey, ha realizzato una performance sonora. Macchine del fumo, luci stroboscopiche, amplificatori e registratori hanno contribuito a rendere lo spazio della galleria un ambiente surreale. Si udivano una serie di effetti acustici indefiniti, rumori, suoni precedentemente registrati in giro per la città nei giorni antecedenti e accostati tra di loro secondo la tecnica del “cut-up” di William
Burroughs e di Brion Gysin. L’intento è stato quello di ottenere un effetto straniante mediante suoni legati indissolubilmente all’uomo o all’ambiente in cui vive, quindi teoricamente noti, rendendoli tuttavia, attraverso il montaggio, indecifrabili e di conseguenza incomprensibili.
“Proiezioni, incontri, dibattiti, cene libere, giochi e quant’altro ha fatto da contorno all’evento – raccontano gli artisti Jeffrey e Husni-Bey – sono stati molto partecipati, ma ciò che maggiormente ci ha colpiti sono state le reazioni degli spettatori/partecipanti, che andavano dallo stupore al
divertimento, sino all’incomprensione più totale. Inoltre, realizzare un evento simile in luoghi decentrati rispetto ai grandi centri dell’arte, come New York o Londra, è stato sicuramente più istruttivo ed efficace. La gente del posto è poco abituata a interventi performativi del genere”.
Sicuramente un evento di forte impatto in un lembo di terra dalle lunghe e fiorenti tradizioni storico-artistiche e culturali ma con un pubblico per la maggior parte “virgine” e ben distante dalle correnti e dalle pratiche artistiche contemporanee, soprattutto se messo a confronto con i grandi centri dell’arte. Un lavoro che, paradossalmente, è risultato più efficace e autentico svolgere in un contesto simile.












